Sangue, Amore e Retorica! In scena stasera, dopo poco più di tre mesi di propedeutica teatrale e preparazione spettacolo.
Sono alcuni giorni che facciamo le prove in teatro: un teatro piccolissimo, con il palco in discesa, un retro quinte quasi inesistente da tanto che è piccolo…un teatro nel quale è rimasta quell’atmosfera casalinga, complice a cui mi ero affezionata durante le prove in sede.
In una delle prime lezioni, durante la prima parte di “riscaldamento teatrale”, è stato detto che in quella sala non bisogna avere paura, è un luogo sicuro e protetto in cui ci si può sentire liberi di fare tutto quello che si vuole, lasciarsi andare completamente, fare cose che nel “mondo là fuori” non sarebbero nemmeno lontanamente ammissibili, ci si può sentire chi e cosa si desidera…le regole sono pochissime: crederci fermamente, e non danneggiare nè sè stessi nè altri nè l’arredamento (a meno che non faccia parte della consegna, e mi dicono che sia già capitato…)
Non cosa banale per un persona cervellotica come me, che giudica sè stessa ad ogni piè sospinto, che si incastra da sola nelle proprie elucubrazioni, che non è mai soddisfatta, che ha i complessi di persecuzione e non sa rapportarsi con chi non si comporta nell’unico modo con cui riesce a sgelarsi…
Eppure, sto imparando. Ci sono voluti mesi, e l’opera non è ancora compiuta, ma sto imparando davvero, a crederci, a sospendere il giudizio, a divertirmi senza sentirmi imbarazzata e imbarazzante.
Per me sta diventando una necessità il momento delle prove, della lezione, della scena. E farlo su un palco ha il suo maledetto appeal.
Dicevo, lo spettacolo conclusivo del corso andrà in scena stasera, dopo 3 mesi o poco più di prove e lezioni. Un corso al quale mai più avrei pensato di essere presa, che mi ha incasinato la tabella oraria della settimana, che mi sta causando un’astinenza da danza che la metà basterebbe…un corso che ora che giunge al termine non so come farò senza, e tanti saluti alla grammatica.
Però sono esaltatissima all’idea di farlo, finalmente, questo spettacolo. Il palco, ripeto, è molto attraente, e io sono sempre stata eccezionalmente sensibile alle sue lusinghe.
Non è l’idea di un po’ di occhi a guardarmi però…quello, sempre che ci sia, viene molto dopo.
E’ l’ambiente e quello che comporta…come direbbe la nostra maestra di questi mesi, “é l’energia” del luogo. Io non saprei nemmeno come definirlo, però, per me, animo esaltevole e con netta tendenza al partire per la tangente, c’é davvero un qualcosa di magico là sopra.
Mi ricordo le emozioni dei saggi di danza. Il giorno delle filate, 8 ore di prova e nessuna pietà, pranzo leggero e senza nemmeno togliersi il costume di scena, male ai piedi ben prima del momento dello spettacolo, meglio non bere per non dover fare tappa al bagno, è sempre stato il migliore. Sarà l’odore delle luci sul linoleum, sarà l’elettricità nell’aria, un misto di agitazione ed eccitazione nella speranza di fare tutto bene, sempre accompagnata dal terrore di volare giù dal palco a metà variazione o sbagliare posizione, dimenticare un pezzo di coreografia/battuta o semplicemente non comunicare assolutamente nulla, i “merda” prima urlati in camerino, tra una forcina che, maledetta lei, non tiene, e una scarpa dispersa, sussurrati poi dietro la quinta, appena prima di entrare. Non lo so, è tutto questo e molto più…
Per il teatro, per me le cose un po’ si sovrappongono, ricordo come mi sentivo, e riconosco quelle sensazioni: spero di non dimenticarmi le battute, temo di “non esserci” come gergo attoriale vuole per dire che nel proprio personaggio non ci si sta credendo…temo che il vestito nella scena di Macbeth, troppo lungo e provato ieri per la prima volta mi dia dei problemi, mi chiedo se i miei compagni di scena mi aiuteranno, quelli che hanno più esperienza di me, mettendoci del loro senza fare gli splendidi ai quali non importa nulla di niente, spero di ricordarmi io per prima tutti i movimenti corali, spero che vada tutto liscio e che la cosa venga bene, senza intoppi.
Penso che stasera, prima di entrare in scena, avrò ben più paura di quanta ne ho quando mi spetta un’ora di concerto, con solo me stessa sul palco. L’idea di sbagliare e mandare a farsi friggere il lavoro di altri mi terrorizza, letteralmente. Eppure, al contempo, non vedo l’ora, e ritrovo quella sensazione che mi ha accompagnata per anni e anni della mia vita, e di cui, mi rendo conto ora, non ho mai imparato a fare a meno, e spero di non essere mai obbliagata ad imparare.
Quindi, delle mille confuse parole che ancora potrei scrivere sull’argomento, ne dico due: grazie infinitamente grazie a chi mi ha permesso tutto questo, e tanta merda alla compagnia di Sangue, Amore e Retorica!

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