Pensavo l’altro giorno a una cosa di cui spesso sono stata accusata, cosa di cui spesso io stessa mi sono dichiarata colpevole. “Empatia zero!- mi dicono- Delle persone che non siano a te non te ne frega nulla, vero?”
Spesso io per prima mi sono domandata come mai la mia reazione di fronte alle emozioni degli altri sia più che di condivisione quella di un non meglio identificato e piuttosto inspiegabile fastidio. E’ una cosa che non si accorda molto con quella che a rigor di logica dovrebbe essere la mia natura, quel modo di essere che mostravo da bambina, con il carattere ancora non formato, certo, ma il seme di quello che sarei diventata e forse ancora devo diventare. Tuttora mi spavento con i film horror e piango con più o meno tutti i generi di storia tragica o anche così felice da essere commovente. Non so perché piango, e la maggior parte delle volte riesco a trattenermi, ma lo sento quel pizzicore in fondo alla gola e dietro agli occhi che ho imparato a conoscere come pericolosa avvisaglia di lacrime. Ma se la mia emotività è tale da legare a doppia mandata occhi e sentimento, e di sentimenti ne provo un’infinità, e nemmeno di ridotta intensità, perché di fronte a persone vere divento un freddo involucro di ghiaccio?
Ieri ho avuto quella che mi sembra una risposta plausibile: il fatto è che delle persone non mi importa troppo poco ma troppo, al contrario.
Vedere qualcuno che rappresenta qualcosa per me, a cui sono legata per questo o quel motivo, che per qualche ragione soffre, o semplicemente è deluso, ci rimane male per qualcosa mi provoca una bordata di emozioni negative a cui io reagisco con quel fastidio incomprensibile. Fastidio che è causato non dal mio menefreghismo ma dal mio rimanere scossa dalla sofferenza o dalla delusione altrui. E’ una sorta di autodifesa, tutta rigorosamente a livello inconscio. Dovrò pur compare anche io, no? Dover star male quotidianamente per qualcosa che magari nemmeno mi riguarda, magari continuando a elucubrarci sopra e amplificandola, non è salubre per nessuno, men che meno per me che mi sconvolgo con un nonnulla.
Le bestie ferite ringhiano, come saggezza popolare vuole, e io ringhio nel momento in cui qualcosa mi ferisce, anche se non dovrebbe affatto ferirmi, limite mio. Non è una difesa del mio comportamento: questo è un limite mio davvero, limitante se non invalidante.
Imparare a sbattermente un po’ aiuterebbe veramente, anche a non dare l’impressione di sbattermene davvero…
La conferma pochi minuti fa: tizio che per me è poco più che nessuno mi insulta (senza andare al turpiloquio, chiaramente, ma con lingua acuminata come uno spillo) in maniera quasi gratuita, o, volendomi assumere tuttissime le mie responsabilità, se non altro poco giustificata. Il mio primo pensiero è quello di mandarlo a stendere, ma la motivazione per cui lo manderei a stendere non è quella immaginabile. A me dispiace aver ferito/deluso/offeso qualcuno. Davvero. Ma davvero che più di così non si può.
Mi rendo conto che il mio modo di reagire non è adatto, è sbagliato e pure un po’ indisponente, ma non mi sono nemmeno chiare le meccaniche con cui la cosa accade e di conseguenza non saprei come fare per non comportarmi così.
Non so nemmeno perché scrivo queste cose: forse voglio che qualcuno le legga…non so per quale ragione, ma quando scopro qualcosa, sia anche personalissima, sono presa dal tremendo desiderio di rendere il fatto noto a chiunque abbia voglia di sentirmi parlare. Lato del mio carattere, l’ennesimo, che non mi piace per niente, ma che non posso nemmeno fare finta che non esista.

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