Il tempo ha la fastidiosa abitudine di andare sempre e solo avanti. E’ la sua caratteristica principale, nonchè quella che lo rende degno di giacere sempre sull’asse delle ascisse nelle rappresentazioni cartesiane in fisica. Gli esseri umani in genere sono abituati a questa cosa: non ci pensano nemmeno più, limitandosi a prenderla come un dato di fatto. Che, in effetti, è un modo piuttosto sensato di vivere questa faccenda: siccome il fatto che la vita scorra in una sola direzione (e cioè avanti!) è forse una delle poche certezze che si possono avere, non c’è motivo di pensarci e strapensarci, no?
Però, io, che come dico spesso sono piuttosto sprovvista di quel senso di quieta accettazione che mi renderebbe probabilmente una persona migliore e più felice, in questo particolare periodo di vita non riesco assolutamente a darmi pace su quest’argomento. Il che, a voler essere autocritici, è un tantino stupido. Non posso accettare di non poter aggiustare i rotti che ho fatto. E non è questione di non sapersi assumere le proprie resposabilità: non credo sia corretto muovermi un’accusa di questo genere. Quando faccio una scemenza, e la faccio per mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, me ne dispiaccio, certo, ma mai e poi mai mi lamenterò delle conseguenze. A meno che non siano più o meno oggettivamente eccessive. Tutt’al più, mi piango un po’ addosso per non essere stata più furba per tempo, per non essermi goduta quello che avevo o potevo avere prima di perderlo…cose così, come è perfettamente nella norma fare.
Il problema attuale però è un tantino più spinoso: supponiamo che io abbia reiteratamente, per squilibri miei emotivo/mentali (per i quali non si può dare la colpa a me, e il Codice Penale italiano mi leggittima in questa mia affermazione….) inanellato una serie di scelte sbagliate. Serie di scelte poi relative sempre al medesimo ambito, anzi, al mix dei due ambiti che al momento concorrono per mandarmi ai matti definitivamente: scelta una facoltà universitaria che soddisfava le mie seghe mentali ma non era indicata a me (primo errore) e mantenutala anche quando l’errore è diventato a me evidente per non dare preoccupazioni a mamma e papà, e anche per non dover ammettere un fallimento del genere. In analisi l’università e il rapporto con i miei, passando per il mio rapporto con me stessa (persino nel farmi le paranoie un po’ egocentrica riesco ad esserlo…farebbe quasi ridere se non fosse vero.). Un disastro praticamente.
All’epoca della rivelazione primigenia, correva la metà del secondo anno, e mai più pensavo che la cosa sarebbe diventata così grave. Ora sono in un limbo dal quale non riesco a uscire…e dire che per uscirne dovrei solo prendere una risoluzione e mantenerla, dovrei solo recuperare un po’ di volontà e abbatere questo muro di sabbie mobili al quale temo ormai anche solo di avvicinarmi. Ma, per qualche ragione, che deve essere tutta psicologica, anche se non riesco a trovarne il bandolo, al di là delle più ovvie conclusioni che anche un caprone senza studi di psicologia alle spalle quale sono io potrebbe trarre, non ci riesco. Non so cosa mi blocchi, ma non ci riesco. E questa immobilità mi sta uccidendo. Mi guardo allo specchio e sono nauseata, vorrei strapparmi via la pelle da addosso. Come può questa situazione portarmi così vicina al crollo ma non darmi la spinta necessaria per uscirne? Io non lo so, ma non so più che pesci pigliare. La cosa mi destabilizza al punto da raccontare cose così personali a chiunque mi capiti a tiro, riempiendo le orecchie di poveri innocenti con le mie sventure, cosa che probabilmente fregherà ad una ristrettissima cerchia di persone, come è normale che sia, e che io stessa, se fossi in me, non mi sognerei mai di raccontare a chicchessia. Perso ogni amor proprio, o almeno buona parte di quello che ho avuto in dotazione alla nascita, al momento cerco continui sfoghi e appigli, nonchè, se fosse possibile, il provvidenziale “consiglio giusto”, quello che non vedevo l’ora di sentirmi dare, perché è in fondo quello che voglio io stessa, anche se per il momento non lo so. Che schifo.
Prima di perdere il filo del discorso e lanciarmi in questo panegirico, stavo parlando di tempo e di unicità della sua direzione nonchè di mia mancata capacità di accettare questo fatto. La correlazione tra il panegirico precedente e questi semplici fatti sono piuttosto evidenti: io non riesco ad accettare di essermi condannata in questo modo. Non posso tornare indietro di 4 anni e scegliere meglio la facoltà, non posso nemmeno tornare a due anni fa e cambiare quando aveva un senso che lo facessi…diamine, ora mancano due esami, ma se io non ce la faccio nemmeno a portare il culo in università cosa posso pare? Come posso smuovermi da questo blocco se non ho idea di come farlo? E intanto il tempo passa. Sto perdendo un sacco di tempo. Quest’anno ho perso davvero tanto tempo. Mi sento già un po’ troppo vecchia per i miei gusti. Non ho nemmeno 23 anni, e cascasse il mondo non li dichiarerò fino al 12 luglio ma mi sento già sul viale del tramonto.
Ora, forse un’ingannevole ombra di una soluzione la intravedo, ma avrò il coraggio di fare qualcosa di totalmente assurdo per smuovermi da una situazione altrettanto assurda, alla quale la soluzione sensata ci sarebbe se non fosse che non riesco a percorrerla? Perché, ripeto, sono assolutamente dell’idea che la cosa più logica da fare sarebbe stringere i denti per questi due esami, finire e basta…ma se non ci riesco, in quelche modo dovrò cavarne le gambe…meglio una mossa pazzesca che un’immobilità distruttiva…sì o no?
Se ora credessi fermamente in qualcosa di più spirituale del fatto che stasera mi farò una birra chiederei al mio Dio (o al facente funzione) un segno. E’ un casino non avere fede in questi casi, perché non mi fido nemmeno dei arocchi, dei ching, della lettura della mano e dulcis in fundo, di me stessa e delle persone.

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