C’è un momento nel quale le persone secondo me perdono il loro diritto all’autoconservazione.
Un momento nel quale non ha più senso cercare di scappare, di non soffrire, non provare un dolore che ci fa paura.
C’è un momento in cui non ha più senso evitare l’inevitabile, non ci si riesce nemmeno tentandoci, e sarebbe comunque sbagliato non accettare di star male.
Fa parte della vita. La vita va avanti, è vero. Però, dall’amaro calice bisogna bere, non si può voltargli le spalle e basta. Non ha senso fare finta di niente, distrarsi, fingere che sia tutto ok. Negare qualcosa che fa male non lo cancella. Alcune cose non possono essere cancellate nemmeno volendo, e anche se fosse possibile eliminarle prima che possano nuocere, non sarebe giusto farlo.
Il dolore, di qualunque natura, ci fa paura, ed è legittimo. Quello che non è legittimo però è pretendere di negarne l’esistenza. Che ognuno rivendichi il suo sacrosanto diritto a soffrire, che ognuno abbia il coraggio del suo dolore. Non ha senso dire che va tutto bene se tutto bene non va. Perché salvare le apparenze, fingere qualcosa che non è? E’ quasi un’affronto nei confronti della realtà.
E’ giusto, terapeutico, accogliere la propria sofferenza, tenersela dentro fino a che non si addolcisce. Sarebbe un insulto non farlo. Ma per farlo bisogna andare contro alla naturale tendenza a preservarsi. Non è facile, per niente, ma credo che sia l’unica cosa sensata da farsi.

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