Come tutti quelli che mi conoscono sanno, un film che ha indiscutibilmente fatto storia per quanto mi riguarda è “Matrix”. Forse prima o poi mi accingerò a scrivere una interessantissima critica pseudo filosofica su detto imperdibile film, ma al momento mi interessa soltanto estrapolare una frase dal secondo episodio della trilogia, “Matrix Reloaded”.
C’è un personaggio, piuttosto controverso e vagamente mefistofelico, la cui natura e volontà non è del tutto nota (e mi domando se i fratelli Wachowsky, registi della trilogia, l’avessero ben chiara e abbiano deciso di lasciare gli spettatori nel dubbio, o non avessere deciso nemmeno loro…nel qual caso avranno pensato che nel tipo di film che stavano girando qualche punto non spiegato ci stava pure bene, grazioso ornamento di un impianto di trama complesso e visionario.) che, nel punzecchiare i nostri, la trinità degli eroi con gli occhiali da sole, dice una frase di una certa rilevanza: “Sapete? Esiste un solo principio costante, un solo principio universale ed è l’unica autentica verità. La causalità. Azione. Reazione. Causa… ed effetto.[…]Io bevo troppo vino: devo andare a pisciare.”
Ora, questo è senza dubbio indiscutibile. Che la causalità sia uno dei grandi motori immobili del mondo hanno dovuto ammetterlo tanto tempo fa persino i creazionisti più convinti. Il nostro mondo funziona, anche se secondo me sarebbe più corretto dire che la nostra mente impostata a categorie lo schematizza in tal modo, secondo una linea unidirezionale decisamente causale. E questo è rassicurante. Perchè ad un’azione corrisponde una reazione, e all’insieme di più circostanze corrisponderà un’evoluzione degli eventi, magari non preventivabile dai nostri poveri intelletti bidimensionali, ma assolutamente inscrivibile in un ambito di causalità. Come dire, le cose capitano perché è logico che capitino, “segue che”, implicazione logica: =>, traducibile in “NOT A OR B”.
Ma, già da come la logica del primo ordine traduce l’implicazione logica, si capisce che c’è qualcosa che non va: se A implica B significa che l’affermazione è vera in caso B sia vera, oppure, senza nessuna condizione su B, A sia falsa, ciò significa che nel momento in cui la premessa è negata il conseguente diventa vero automaticamente.
Il che non è certo condivisibile e logicamente (e ora parlo di logica umana, non binaria!) sensato. Certo, questi sono formalismi atti a creare tabelle di verità, non razionalizzazioni della vita reale. Però…tanto basta a confermare i miei dubbi.
Penso infatti che il vero principio principe del mondo sia non la causalità ma la casualità. Buffo come scambiare due lettere trasformi un sostantivo nel suo esatto opposto…Se causalità è ordine, decisionalità, geometria, casualità è caos. Certo, il caso non è calcolabile. Una miriade di libri sono stati scritti su questo punto. La casualità è decisamente meno rassicurante della causalità. Se in un mondo che segue le regole della logica del primo ordine possiamo suppore che se anche noi non vediamo il legame logico sotteso a ciò che accade esso ci sia, così non capita in un mondo dove a regnare è il caso.
Il che potrebbe non piacere agli intelletti più schematici e matematici. Io ritengo che accettare questo punto, abbracciarlo, amarlo, sia salvifico in molte situazioni. Anche perché nel non farlo non ci sono grandi vantaggi.
Spostando l’analisi su un piano meno metafisico e più concreto, la mia esperienza personale dà che in genere le cose per cui si lascia che a fare il suo corso sia la naturale casualità degli eventi, senza tentare di metterci in meszzo una causalità tutta umana sono quelle che alla fine funzionano meglio.
Mi viene da pensare ai miei rapporti sociali degli ultimi tempi (e il tono aulico della trattazione cala sempre di più verso una pagina di diario…). Alcuni, quelli che per qualche ragione erano per me più importanti, più difficili, perché investiti di un certo significato emotivo, ho tentato di manovrarli, causalmente parlando. Ci sono stata più attenta, ho pensato, per tutto o quasi quello che facevo, alle implicazioni che avrebbe potuto avere, alle cause e agli effetti, facendo spesso anche lavori di reverse engeneering, cioè dedurre quali cause avrebbero prodotto gli effetti che avrei voluto vedere. Certo, ammetto che sia da persona bacata fare tutti sti calcoli per fare amicizia con qualcuno, ma io bacata lo sono a sufficienza, quindi per me è più che normale idulgere in queste illogicità.
Bene, nessuna di queste amicizie su cui tanto mi sono applicata pare aver dato risultati. Non stento a credere di aver fatto pensare alle persone in questione di essere totalmente sbilanciata, impalata, poco spontanea se non decisamente finta e una serie di altri aggettivi che onestamente non so nemmeno immaginare.
Al contrario, alcune altre in cui non ho speso un secondo del mio tempo di segaiola mentale, in cui la casualità ha regnato sovrana perché nulla di studiato è stato messo in mezzo (almeno, non da parte mia, ma penso anche da parte degli interessati in questione) stanno funzionando, immensamente meglio di quelle per cui mi sono sforzata di più. E ora che me ne accorgo, penso che non voglio assolutamente mettermi a pensare alla causa-effetto pure qui. Voglio lasciare andare le cose così come vanno, non perché non me ne importi nulla ma perché mi sto convincendo che sia il modo migliore per farle funzionare (non fosse altro, per mancanza di concorrenti: l’altra tattica pare non funzionare un granchè).
Sarebbe mio proposito, una delle prime voci della lista del “DO” per i prossimi tempi, giusto dopo “laurearsi” accogliere la natura casuale e illogica delle cose, sperando che l’incanto funzioni.

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