Una vita – ma 22 anni possono dirsi una vita?- a chiedersi come sia possibile essere in una situazione come la mia ora e continuare a guardarsi allo specchio.
Una vita perfetta o quasi. Non lo dico per vantarmi, davvero. E’ un dato di fatto.
Mai avuto fallimenti in quello che ho fatto, eccezion fatta per la pallavolo, nella quale mi sono rivelata assolutamente, inequivocabilmente, totalmente negata. Un’offesa per la squadra in cui ero, per quanto si trattasse di bimbe di 11 anni come me. Ho smesso dopo 2 mesi, concellando l’onta dal mio curriculum vitae in tempo ridottissimo.
E nel frattempo, brava a scuola, in conservatorio, a danza, mi chiedevo, guardandomi intorno, con un po’ di strafottenza ingenua e incredula, come potessero tutte quelle persone attorno a me tornare a casa con un 2 di fisica da far firmare, dicenda a mamma e papà che non volevano continuare a studiare il violino, perché troppo studio non faceva per loro, che tutto quel male ai piedi non valeva quelle fantastiche 3 ore di saggio al teatro comunale, quando ancora era aperto.
Non era un modo di vantarmi: io davvero non mi capacitavo di come gente come me, miei amici, coetaniei, potessero fallire, cadere, arrendersi, e guardare negli occhi i loro genitori e loro stessi come se niente fosse durante e dopo.
Ora lo so. La vita va avanti. E tutto prosegue come prima.

Quando si cade si cade bene. Accidenti se si cade bene. Avrei preferito aver fatto un po’ di allenamento prima forse.

E così, mentre parlo ai miei genitori, il mio mondo pare crollare.

Mio padre, saldo come una roccia nella sua razionalità, resiste. Lume della ragione in questa casa, mi porta all’esasperazione con il suo sangue freddo vulcaniano, e quello che mi manda più in bestia è la consapevolezza che ha ragione.
Mia madre, con gli occhi ancora truccati, mentre mi sente parlare, finalmente senza più inganni, mezze verità e omissioni, si lascia cadere sul letto, le spalle curve, le guance quasi incavate, il mascara e la matita nera che rendono i suoi occhi solo un’ombra scura nell’immagine sfocata del sul viso.
E’ l’immagine stessa dello sfinimento e della sofferenza.
Si agita, mi accusa, io mi difendo, sapendo di aver ben poco di diritto di lancirmi in un’apologia di me stessa, per quanto le sue parole mi sembrino sbagliate, e magari lo siano anche. Lei mi dice che nessuno mi sta sgridando, che loro vogliono solo aiutarmi.
La guardo negli occhi, e ci vedo una tempesta di sconforto e di paure, di incredulità e delusione…qualcosa che credevo che mai nella mia vita avrei creato in lei.
Non indoro più la pillola però. A che scopo, ormai?

Quando si cade si cade bene.

E poi, così come la discussione è iniziata, si chiude. Non scendo con i miei genitori in sala: loro vanno a guardarsi un po’ di televione, io resto qui, a scrivere pensieri insensati e contemporaneamente a scrivere messaggi su facebook, come facevo ieri, la settimana scorsa, il mese scorso, l’anno scorso.
Prendo le misure per degli stivali storici, e rido nel vedere quando a misura bimbo le mie varie circonferenze siano.
E’ tutto normale, tutto uguale a prima. La vita prosegue.
Saluto mamma e papà che vanno a dormire, pretendo il mio bacino della buonanotte (a 22 anni, sì: pateticamente, voglio ancora il bacino della buonanotte) sorrido e mi accordo per la colazione di domattina.
Gli occhi di mia madre non mentono. Quello che ci siamo detti è rimasto, fantasma greve nella stanza.
Ma la vita va avanti.
Ecco come si fa.

Vorrei piangere, urlare, farmi del male, punirmi, fare qualcosa che mi stordisca abbastanza da non pensare più per stasera.
Ma non faccio nulla: questo non è che un momento come tanti, che posso vivere io come tanti altri. Non sono nemmeno giustificata a sentirmi così male. Alla sorte non manca certo il senso dell’umorismo. Fanculo.
E allora non faccio niente, anche se mi sembra di avere una tigre inferocita all’altezza del diaframma, che lotta per ruggire, ma non ci può riuscire.
La vita prosegue, come se niente fosse.

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